Racconti del fantastico e dell’orrore

(di Michele Protopapas)

Plumbe era un oggetto e gli oggetti non parlano. Ascoltano, però. Le onde sonore ne
fanno vibrare i reticoli cristallini permettendo loro di decifrare i messaggi che trasportano.
Percepiscono anche vibrazioni di diversa natura e comprendono il linguaggio dei morti.
Questi non smettono mai di parlare nel tentativo di comunicare con i propri cari
ancora in vita, ma i vivi non possono udirli. Le ombre dei defunti non riescono neanche a
percepirsi a vicenda, quindi, sebbene esse popolino la Terra in quantità sterminate, sono
convinte di vivere nella più totale solitudine e che nessuno riesca a sentirle. Gli oggetti,
tuttavia, avvertono i loro gemiti e talvolta gli permettono addirittura di impossessarsi di
loro e questo è l’unico modo che i morti hanno per comunicare con chi è ancore in vita. La
“possessione” è un segreto che in pochi tra i morti conoscono e, non potendo comunicare
tra loro, spesso devono essere gli oggetti a trovare il modo di istruirli e invitarli al proprio
interno. Plumbe era convinta di sapere come fare perché aveva visto la nonna di Jane
possedere il carillon della nipote e riuscire a farne suonare la melodia all’improvviso.
Plumbe era un oggetto, e gli oggetti non hanno il senso del tempo. L’usura agisce su
di loro in maniera molto meno marcata di quanto faccia con i corpi dei mortali, ed essi
vivono in un eterno presente dove tutto è immutabile e tale dovrebbe restare. Solo i
viventi riescono a variarne la condizione, creandoli, modificandoli o distruggendoli, e
forse per questo gli oggetti ne sono ossessionati, li adorano e li temono. Proprio gli stessi
sentimenti che i vivi provano nei confronti dell’entità che chiamano “Dio”, e così come gli
umani scorgono l’eternità in questo loro Dio, gli oggetti intravedono il fluire del tempo nei
viventi. Per Plumbe tutto sarebbe dovuto restare fermo a quando la sua padroncina Jane le
confezionava vestiti di carta simili a quelli che indossava lei, le tingeva di giallo i lunghi
capelli viola per renderli simili ai suoi e con una penna le disegnava un neo sulla guancia
identico al suo. La bambola era estasiata dall’assomigliare alla sua piccola proprietaria:
come ogni oggetto sentiva un che di sublime nel sapersi a immagine del proprio padrone.
Col passare dei mesi, però, le gambe e le braccia di Jane si fecero più lunghe, il suo
volto in proporzione si rimpicciolì e i suoi occhi non sembravano più così grandi. Ma non
era questo a disturbare la bambola, quanto il fatto che la sua padrona aveva smesso di
giocare con lei e la relegasse in un baule assieme alle cose che non utilizzava più. Chissà se
anche i pastelli, i lustrini e i nastri per capelli provavano gli stessi sentimenti per Jane?
Ovviamente non avrebbero potuto dirlo giacché gli oggetti non parlano.

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