Non siamo mai una sola

(di Barbara Salazer)

La prima volta non fa neanche male. È tale lo stupore che tutto dentro di te si blocca per un
momento, gli occhi si sgranano, la bocca si abbandona in una lunga O e il cervello chiude i battenti.
No, non può essere. Ho frainteso, non può averlo fatto. Quando la faccia incassa il colpo, fa un
movimento arcuato e all’esplosione rapida dello schiaffo segue un rinculo più lento, che lascia in
effetti trapelare un bruciore, un prurito della pelle. Le lacrime arrivano da sole, senza singhiozzo,
riempiono la vista di scintille tremolanti e scendono lente. Mario si era guardato la mano, sembrava
non riconoscerla, quella prima volta. Era venuto a cullarmi, sussurrava frasi di scuse, dichiarazioni di
un amore appiccicoso. Promesse.

Non fare rumore. Se non fai rumore, forse gliene basta uno. Ho anche provato, le prime volte,
a reagire. A difendermi e a urlare; anche a rispondere con calci e sberle. Ma con Mario non conviene,
finisce ogni volta molto male; meglio adottare la tattica del porcospino: chiudere tutto il corpo in una
palletta compatta, restare in silenzio assoluto con gli occhi chiusi e aspettare. Prima o poi smette. Non
lo so cosa lo faccia scattare ma è chiaro che dopo un po’ quella spinta perde slancio, i calci arrivano
svogliati, gli insulti diventano una sorta di preghiera, sottovoce. Se ne va, alla fine. Esce dicendo che
lo faccio impazzire, che io faccio male a lui, che se fossi migliore non dovrebbe arrivare a tanto.
Rimango immobile, in silenzio, annientata.
Sono la causa e l’effetto, il detonatore e l’esplosivo; è solo colpa mia, che sono sciatta,
insufficiente, inadeguata. L’esplosione di rabbia porta con sé un vuoto d’aria, dopo. Lentamente
riprendo a respirare; anche i pensieri provocano fitte di dolore, quindi non penso. Raccolgo i miei
pezzi in un abbraccio, provo ad alzarmi e barcollo contro il divano. Il mondo sembra muoversi sotto
i miei piedi e non il contrario, sono Holly Hunter in Lezioni di Piano, solo che qui non piove e non
ho quella stupenda gonna in cui accasciarmi. Mi butto sul letto e passo le mani sui lividi, penso al
mio ragazzo che dorme di là, a quando era piccolino e dopo una storia mi ha detto “mamma, quando
sono grande lo ammazzo”.

Torna in alto